Lemma: normale
Fonetica: [nor-mà-le]
Etimologia: Dal lat. norma&hibar;le(m), deriv. di no°rma; cfr. norma
Definizione: agg. 1 che è di norma, che corrisponde alla norma; solito, consueto, abituale: modo, atteggiamento, disposizione normale; situazione normale; prezzi, tariffe normali; fatti, avvenimenti normali; persona normale, che si comporta come i più, che non è stravagante o squilibrata; vita normale, regolare, come quella dei più; condizioni di salute normali, non patologiche; polso normale, non alterato; sessualità normale, eterosessualità | via normale, in alpinismo, quella che permette di raggiungere la vetta con minore difficoltà
Giorno del fatto
In una giornata normale, come tante altre, mi reco sul cantiere. Sbadigliando un po’ annoiato e un po’ assonnato attendo che mio cugino Stefano mi venga ad aprire la porta d’entrata del condominio. Due agenti di polizia aspettano non so cosa insieme a me, bardati di giubbotto antiproiettile e guanti di pelle, parlando alla radio. Un signore apre finalmente la porta ed entriamo. Mi dirigo verso l’ascensore dove incontro Stefano e incuranti dei poliziotti saliamo al 5° piano. Come al solito ci mettiamo un po’ a “carburare”, ma iniziamo comunque a lavorare. In lontananza si sentono delle sirene, come capita spesso, con la differenza che questa volta il suono si ferma proprio sotto al palazzo dove stiamo lavorando. Incuriositi ci affacciamo al balcone e vediamo un notevole dispiegamento di forze: auto medica, ambulanza, pompieri, polizia e carabinieri. Il viavai in strada è molto e noi non possiamo fare a meno di affacciarci ogni cinque minuti per cercare di capire cosa sia successo. Ingenuamente scherziamo tra di noi sulla strana situazione, ma dalle scale proviene un lamento continuo e un uomo in strada grida: <è colpa vostra! Voi lo sapevate!>. Cala il silenzio anche tra noi due, ormai non abbiamo più ne voglia di scherzare né di lavorare. Stancamente ci trasciniamo fino all’ora di pranzo. Nello scendere con l’ascensore una morbosa curiosità mi assale mentre mi preparo a passare dalla porta principale dove vi è accalcata tutta quella gente e le forze dell’ordine. Aperta la porta dell’ascensore alla nostra destra ci sono tre persone che parlano normalmente del più e del meno sorridendosi a vicenda. Passiamo in mezzo a loro e mi accorgo che la porta di un appartamento è spalancata, i mobili sono coperti da cellophane e non posso fare a meno di guardare velocemente la stanza.
Lo sguardo viaggia veloce in cerca di qualcosa di strano che mi faccia capire cosa è successo e non ci mette molto a soffermarsi su una grossa pozza di sangue, ormai quasi completamente coagulato, vicino all’entrata. Sicuramente è morto qualcuno. Gente per strada piange disperata.
Telegiornale: <Busto Arsizio. Padre uccide due figli in un raptus di follia perché giocavano troppo ai videogiochi e gli davano fastidio!> (dopo si capirà che invece era per vendetta verso la moglie. Non che questo conti molto. NDudp). Lo sapevo! Incredibile!
Un’esperienza scioccante, di quelle che ti ricordano che queste cose succedono davvero e non sono poi così lontane. Non sono storie che escono da una scatola luminosa a cui non sai se credere o meno, perché ti sembrano così assurde che non possono essere vere. Perché solo ora che l’ho vissuto in prima persona rifletto veramente sulla tragicità di un tale avvenimento?
Il giorno in cui succedono queste cose tutti rimaniamo basiti, schifati, increduli, ma cosa succede il giorno dopo? La tragedia solo il giorno dopo si palesa in tutta la sua sconcertante normalità…
Giorno seguente
Sveglia, momento di lettura, caffè, mio padre che mi incita a velocizzarmi. Tutto come sempre. Normale direi. Mentre viaggiamo verso Busto la mente inizia a svegliarsi e il primo (vero) pensiero va a quei due ragazzini. Siamo di nuovo lì, eppure è come se non fosse successo niente ad eccezione di un avviso affisso sulla porta: “locali sotto sequestro”, scritto su un foglio A4 come un semplice avviso dell’amministratore ai condomini. Lavoro distratto per tutto il giorno, come al solito, solo che stranamente non vengo rimproverato come al solito. Mio padre e mio cugino canticchiano un canto che conosco anch’io. Faccio le cose per inerzia e ogni tanto guardo fuori dalla finestra per lunghi attimi. Una pioggia incessante cade da quando mi sono svegliato come a voler lavare via quello che è successo. Guardo fuori dalla finestra e vedo la stazione. Le persone vanno e vengono come tutti i giorni, eppure spero di scorgere qualcuno che si fermi e guardi da questa parte ricordandosi di ieri. Niente. Tutto tragicamente normale. Scendo al piano terra per prendere un attrezzo dalla macchina, ma quando esco dall’ascensore mi blocco. A destra c’è un corridoio in penombra, poco più avanti “la porta”, ancora più avanti un signore e una signora chiacchierano:
<cosa preparerà per pasqua?>
<aaah guardi un pranzo da 18 portate!>
<mamma mia!>
<anch’io…parenti…buonissimo…ahahah…>.
Le loro voci scompaiono e mi rimangono impressi solo i loro volti sorridenti. Tra noi solo quella stramaledettissima porta.
È questa oggi la normalità? Deve essere così, altrimenti non si potrebbe far finta di niente! Una cosa diventa normale quando è solita, consueta, abituale. Lo dice anche il vocabolario!
Infondo tutti i giorni succedono queste cose: ieri un uomo uccide e stupra una bambina di tre anni, oggi un padre uccide i suoi due figli, domani…ops mi è arrivato un messaggio: “bambina abbandonata in un prato dopo tre giorni di vita”. La normalità cambia, muta in base a quello che succede. Se tutti i giorni c’è un omicidio allora diventa normale. Se tutti sono pazzi allora sono normali e chi è normale viene considerato pazzo. Allora anch’io dovrei adeguarmi a questa nuova normalità e fare finta di niente? Dovrei assuefarmi e continuare la mia vita come se niente fosse? NON VOGLIO! Questa nuova normalità mi fa vomitare. Allora preferisco essere pazzo e voglio pensare almeno per un po’ a quei ragazzini. Mentre lavoro, mentre gioco, mentre scherzo con gli amici in un Pub. E voglio dedicare una preghiera al padre dei ragazzi al mattino quando mi sveglio nella speranza che si ravveda. Forse un giorno li rivedrò tutti e tre in cielo dove la normalità sarà lodare e adorare Dio.






